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martedì 5 agosto 2008

La Vita di Saragaia


La Vita di Saragaia di Sara Falli

Setaccio librerie e scalo scaffali alla ricerca della mia generazione, la premessa.

La mia è una generazione letteraria autobiografica.

Una generazione di gente che non ha più il mal sociale del sessantotto.

La mia generazione il male ce l'ha dentro, nelle pieghe d'anima, si dice, e non sa stirare.

La storia è la biografia di questa Saragaia che ha avuto una vita abbastanza particolare e che le ha lasciato un gran groviglio dentro.

Quei tipici grovigli che assume la vita e che più cerchi di dipanarli, più si aggrovigliano, almeno per me.

Lo stile è semplice e nemmeno dei miei preferiti.

Strano però è che il libro sembri proprio scritto per me - stile a parte -.

Che i dolori, gli scompensi, le tristezze, le esperienze interiori, i casini interiori, pigiati nel vaso del cranio, come dice Folgore, quelli sì, sono uguali.

Anche il mal d'orecchi e le nonne e le gabbie.

Ma forse alla fine, quella Saragaia lì, ha avuto meno sfiga di me.

lunedì 4 agosto 2008

Prima un pensiero, poi uno tragico


Che c'ho questo brutto vizio la mattina io, che è quello di andar per notizie.

Mi sveglio e col caffè,
al posto del dolciario,
ti leggo il notiziario.

Che a questo punto,
non so se lo faccio
per abitudine o errore
di spaccio -
nel senso che erro
lo spacciatore.


Omaggi a Alexandr Solgenitsin (o agosti, che è il tre, oggi, duemilaotto)

che anche se è stato strumentalizzato, o sputtanato,
a me, quella strumentalizzazione, non mi interessa.

E io ne parlo personalmente,
ché son contro lo strumentalizzare,
ché spesso la letteratura
è stata uno strumento dei regimi.

E Solgenitsin,
quello scrittore russo,
che è morto ieri,
a 89 anni,
dopo una vita che sembra da cani - Ettorex escluso -
ha scritto quel libro:

Una giornata di Ivan Denissovic

che è un libro che, secondo me, tutti devono leggere,
anche più volte.

Che è un libro corto
e quindi lo possono leggere tutti,
anche quelli che non gli piace leggere i libri lunghi.

Che io, quando l'ho letto,
l'ho ricominciato subito da capo.

Solgenitsin parla dei Gulag,
che erano i campi di lavoro forzato russi;

dove ci mettevano
un po' quelli che andavano contro il regime
e un po' quelli che non andavano contro il regime,
ma facevano finta di sì,
ché gli servivano per lavorare e terrorizzare la gente.


E Arcipelago Gulag

- che è un'altra opera,
in più volumi, 4 o 6,
ma io ne ho trovati solo 4,
che son difficili da trovare tutti,
o 2 forse non li hanno ancora tradotti,
ma non lo so di preciso -

anche questi, secondo me, li dovrebbero leggere tutti.

Ma se li leggi, questi qui,
son di quei libri che li leggi solo una volta nella vita,

ma son quelle cose che devi fare, almeno una volta nella vita.

Che io li ho iniziati a leggere,

perché sono contro tutti quelli che vogliono limitare la vita umana,

e mi ci son sentita male a legger tutte quelle cose,
e mi son fermata, che tanto poi ho detto, forse questo non è il momento,
li finirò più avanti.

Che son sensibile io, e quando leggo di come

l'uomo possa annientare l'uomo,

- che uso il congiuntivo, nel senso di possibilità,
anche se dovrei usar l'indicativo, nel senso di certezza,
ma mi fa un po' malinconia -

mi vien la nausea e gli incubi la notte.

Che poi a legger quei libri lì,
ti rendi conto di come essenzialmente

la vita e la storia sono una lunga catena,

ed ogni anello della catena,

è differente solo nella collocazione

dello scorrere del tempo in orizzontale,

che diventa però circolare.

E mi chiedo perché tante volte la gente non ci arrivi a capirlo,
che certe cose che succedono nella vita anche oggi,
son uguali a quelle che son successe,
e che forse, sapendolo, alla fine, forse certe cose si potrebbero anche evitare.

E a me questo momento qui, della mia epoca e della mia società,
mi fa un po' paura, che son mica tanto diverse le cose che succedono
a quelle che son successe.

Che mi chiedo alla fine,
ma io sarei disposta a morire per la vita?

Che sembra un controsenso, ma son domande che ti lasciano un buco dentro,
che mica è facile, a pensarci bene, rispondere.

giovedì 31 luglio 2008

Gli Interessi in Comune


Mentre aspettavo che arrivassero i libri di Paolo Nori, Pancetta e I Quattro Cani di Pavlov, mi sono letta un altro libro.

Che è un autore fiorentino, tale Vanni Santoni, che ha scritto con la Feltrinelli questo Gli Interessi in Comune, che non lo so mica giudicare ancora, io, questo libro, e non so dire nemmeno se mi sia piaciuto oppure no.

Che poi mi ha fatto riflettere, e questo è già qualcosa per un libro, che mica tutti i libri ci riescono, a far riflettere la gente.

Ed è scritto anche con un stile asciutto e scorrevole, van giù bene le pagine insomma, che l'ho letto in un due serate e un pezzettino al parco.

Che è un libro che parla un po' delle generazioni, cioè parla della generazione dello scrittore, ma che se uno è di un'altra generazione può anche fare il confronto.

E questa generazione, che non è proprio la mia anche se fra me e lo scrittore ci corron solo cinque anni, è come un po' tutta incentrata sulle droghe.

Ché nel libro parla solo di tutti i tipi di droghe che han provato l'autore e i suoi amici e poi non dice altro, ma si percepisce un po' di fondo che c'è sempre un dramma basilare nella vita dell'uomo quando è indeciso tra l'essere e il diventare.

Ecco, io 'sto libro l'ho comprato ché è un periodo, ora, che mi son detta che voglio leggere solo autori italiani contemporanei per vedere un po' lo stile e l'uso della lingua e le tematiche (e tutte quelle cose che ti insegnano a fare quando studi la letteratura).

E l'ho comprato perché all'inizio del libro, il suo incipit insomma, c'è un 'manifesto generazionale' che mi ha colpito tanto, ma poi di veramente interessante, mi sono accorta, che c'è solo quello, che son solo due pagine all'inizio, e che tutto il resto poi è stata solo una spiegazione di come è giunto l'autore a scriver quel 'manifesto' lì.

E quell'autore, quel libro e quel 'manifesto', pare sia giunto a scriverli facendo un uso abbondante di droghe e quindi il racconto alla fine è la descrizione di tutti i momenti in cui l'autore e i suoi amici han provato le droghe, che anche i capitoli han come titolo il nome della droga che viene provata in quel capitolo lì.

Ecco, alla fine, un qualcosina c'è, ché si potrebbe tentare anche un'analisi sociologica sull'uso della droga e di come è cambiata antropologicamente la percezione, la concezione, l'uso della botanica sacra, che son cose interessanti, ma che si potrebbero scrivere benissimo anche in un altro modo o in maniera più approfondita,

Alla fine sembra quasi solo un abbattimento del tabù della droga, che ha i suoi aspetti positivi, ma anche negativi. Quindi non so, mi sento un po' perplessa.

Il 'manifesto' invece è proprio interessante, che ora, se i miei cinque lettori -che son più realista io di Manzoni, quando ne preventivava venticinque- han pazienza di leggerlo, lo trascrivo pure, così si risparmiano i 13 euro del libro solo per due pagine, a meno che poi ai miei cinque lettori interessino sapere quali tipi di droghe si son fatti quei ragazzi lì e le allucinazioni che hanno avuto, che sono un po' misere sinceramente, e comunque non certo ai livelli di William Seward Burroughs, che non c'è proprio confronto con lui e quella generazione lì, almeno per me, insomma.

De Oriana Fallaci


Allora stamattina, che sono stata mattiniera, siccome davanti casa giustappunto c'ho il supermercato del libro, la prima cosa che vedo, ancora prima del delitto della porta accanto, che davvero han trovato una morta in casa in città e non sanno ancora se si tratti di incidente o di omicidio, la prima cosa che vedo è stato un cartellone pubblicitario del libro dell'oriana fallaci.

Il titolo postumo è un cappello pieni di ...e qui arriva il dilemma... ciliege.

Che io ho sempre scritto ciliegie, con la g.i.e alla fine, che c'è anche un paragrafo nei libri di grammatica dedicato al gran dilemma ortografico, e ciliegie, da quando io son per le scuole, è sempre stato ciliegie con la i.

La regoletta in poche parole dice che:

i sostantivi che terminano in -gia con la i atona al singolare (come in ciliègia)
e che hanno la sillaba finale preceduta da vocale (come ciliegia),
hanno la i nella desinenza plurale (ciliegie e non ciliege)

quindi ciliegie,

ora è vero che è ammesso anche il ge, ove non si creino omografie,

ma io non vedo perché si debba sconvolgere completamente un'ortografia, là dove non ce ne sia bisogno o non sia espressamente motivato.

Che per esempio, è vero che io scompongo e frantumo la sintassi del periodo e della grammatica-base, ma un motivo ce l'ho, ché far giochi con la lingua mi è sempre piaciuto (!?).
E mi piace tanto anche la Gertrude Stein e Raymond Queneau, la scrittura automatica e la scomposizione della forma, le avanguardie e la sperimentazione linguistica e la Virginia Woolf.

E una teoria di sottofondo ce l'ho, ché vorrei tentare di ricondurre al piccolo quotidiano le grandi tematiche importanti, ma che se esposte con un certo accademismo linguistico diventano pallose, e poi sennò secondo me anche i grandi ideali o le idee sociali son difficili da vivere o mettere in pratica, mentre invece si incontrano tutti i giorni, delle piccole ma grandi scelte da fare.

E unito a questo vorrei che si tramandasse anche quella forma un po' colloquiale e dialettale che ci caratterizza e che oggi sennò con la globalizzazione e la massificazione della lettura va a puttane.

Ecco, io i miei errori sintattici un po' li giustifico, e cerco anche una musicalità di fondo nello scrivere, che secondo me assomiglia un po' alla musica (e tutta, ecco, poi una sfilza di paranoie linguistiche che a me intrigano da matti).

Ora la spiegazione per quelle ciliege senza i lì dell'oriana fallaci, non l'ho mica trovata.

Che due giorni fa sulla Repubblica.it il primo articolo che proponevano era proprio 'sta storia delle ciliegie, che era scritto ciliege senza i, e mi son detta, ma guarda questi qui, che sbagliano anche l'ortografia e poi si fan chiamare giornalisti (che con i giornalisti sono un po' anche incazzata e son sempre pronta a criticare il pelo nell'uovo).

Che dopo qualche ora c'ho ripensato, architettando già un piano di denuncia oratoria roba da matti, e sono andata a ricontrollare e ho visto che, sulla Repubblica.it, l'avevan corretto e avevan scritto ciliegie con la i, e le parole mi son morte in gola.

Che dopo qualche ora poi, son tornata di nuovo all'articolo e c'era di nuovo ciliege senza i, e ho pensato che ci fosse sotto qualcosa e poi ho capito che si trattava del titolo vero del libro postumo dell'oriana fallaci.

Però la motivazione mica l'ho poi trovata.

Che ora, io son per ciliegie con la i, ma se poi succede come la parola familiare, che ho sempre scritto con la li, ma siccome la Natalia Ginzburg aveva scritto Lessico Famigliare con la gli, è diventato corretto anche scrivere famigliare con la gli, che io agli studenti nei compiti non glielo ho mai corretto.
Ma lì c'è una storia più profonda, dall'etimologia latina etc.etc. ed il passaggio nel volgare, che insomma anche a spiegarlo c'è una certa soddisfazione.

Ma 'sta cosa delle ciliegie io non l'ho capita, che anche l'Accademia della Crusca, son sicura, dice ciliegie con la i.

Che poi 'sta storia dei titoli, non vorrei che diventasse che siccome l'Oriana con la Rizzoli han scritto ciliege senza la i, allora gli studenti nei temi non mi ci metton la i, e se io lo segno errore poi mi fanno anche polemica (ché con due errori gravi di ortografia io levo un punto pari pari al voto finale), che se continua così siccome fantozzi dice venghi e vadi, allora non son più errori nemmen quelli, e non son più errori neanche quelli che per far rima mettono nelle pubblicità e via dicendo.

martedì 29 luglio 2008

Consigli per gli Acquisti


Conigli Squisiti [Crittografia anagrammatica]

ovvero La società dell'Immagine.





Che stamattina son andata a cercare un libro da leggere,

che in questo periodo di vacanze è la cosa più bella che si può fare,

che durante l'anno poi mi lamento sempre che non ho tempo per leggere,

e pensare che io son di quelle che leggono anche al buio.


E nella libreria dove sono andata,

che non è il supermercato dove l'altra volta gli ho chiesto uno Ionesco e non sapevano nemmeno chi fosse,

nella libreria dove sono andata,

che è una libreria di quelle piccole e tutte raffinate,

dove i libri li scelgono con cura e mettono anche la musica ricercata di sottofondo,

che secondo me comunque un po' influisce la musica sulla scelta del libro,

nella libreria dove sono andata a cercare qualche libro di Paolo Nori,

mi han dovuto far l'ordinazione ché quell'autore non ce l'avevano.


E mi ha fatto un po' ridere insomma,

perché il libraio che ha l'accento di uno del nord,

e qui da noi in Toscana, quelli che hanno l'accento del nord ci fanno un po' di suggestione,

parlava con un altro, che anche lui aveva l'accento del nord,

e dicevano che c'era un libro con il testo russo a fronte e sembravano due intellettuali di quelli con le palle,

e quando io gli ho chiesto i libri che cercavo,

ecco, questo signore con l'accento del nord che leggeva libri con il testo in russo a fronte,

mi ha fatto un po' ridere quando diceva i titoli dei libri che cercavo io: Pancetta, Mi compro una gilera, La vergogna delle scarpe nuove.

Che io gli ho detto, no, quello della gilera ce l'ho, ma pancetta e i quattro cani di Pavlov van bene.

Allora lui ha ridetto: Pancetta e I quattro cani,

che mi ha fatto un po' ridere insomma, la serietà con cui lo diceva.


Che la gente, secondo me, mica lo capisce il significato di un titolo.

La gente cerca libri che abbiano un bel titolo, di quelli che anche se non vogliono dir niente, l'importante è che c'abbiano un certo spessore nel titolo.


E quindi a Paolo Nori io gli volevo dire che i titoli dei suoi libri mi piacciono tantissimo, che hanno un sapore così naturale che ti fanno sentire la sincerità delle cose quotidiane e ti fanno vivere quelle situazioni un po' assurde in cui la letteratura la smette di essere uno strumento per l'immagine ed inizia ad essere uno strumento della nostra bellissima semplicità complicata.


Però gli volevo dire, a Paolo Nori, che per me i suoi titoli son bellissimi così,

ma forse sarebbe meglio facesse delle sovra-copertine con altri titoli finti, così solo per attirare l'attenzione, e il titolo vero un po' nascosto,

perché la gente si sa, quando fa quella gran mossa di andar per libri,

vuol sentirsi un po' intellettuale.


Allora sarebbe meglio fare un contro-titolo, tipo 'Shopping con mia cugina', 'Shopping per la piscina', 'L'orologio più costoso del mondo' o 'Il naufragio dell'Odissea',

così le persone li comprano e ci son nelle librerie e io non devo fare l'ordinazione,

che poi vanno in ferie e non si sa quando arrivino i libri.


Che poi i contenuti vanno bene così, tanto la gente mica li capisce quelli.


venerdì 25 luglio 2008

A Paolo Nori


uno degli autori per il quale ho preso una fissa è Paolo Nori, l'ho letto fin da quando sono usciti i suoi primi libri.

Anzi, i suoi primi libri li ho letti tutti, poi sono rimasta un po' indietro, perché la cultura costa e ogni tanto devo darmi una regolata, perché a leggere un libro a volte ci metto un giorno e basta, e va finire che in libreria poi ci lascio lo stipendio.

Che di per sé, a ben pensarci è una cosa assurda, ma talmente assurda.
Ché ogni mestiere abbia degli sgravi sulle spese degli strumenti atti a condurre nel migliore dei modi la propria professione, mi pare più che lecito.
Ciò che non è lecito, moralmente assurdo e anche molto tragico direi, è che io non abbia sconti sugli strumenti del mio mestiere ed a fine mese debba fare i conti su tutti i libri che vorrei leggere, e che sarebbero necessari al mio mestiere, ma che non mi posso permettere e debba fare una scelta tra quelli più urgenti e quelli meno.

Ché l'altro giorno quando sono andata in libreria mi sono anche incazzata, perché nella pila dei libri delle nuove uscite, mica c'eran libri sani, no, c'era valeria marini, nel suo libro e anche in copertina con gli occhiali da sole perché c'ha un occhio pio, e mi son chiesta che cazzo avrà da dire? io certe cose non sopporto.

Ora c'è lettura e lettura e ci son tanti libri nei cassetti di scrittori sconosciuti che non trovan nessuno che li pubblichi perché sono sconosciuti ed a questa invece che come spessore per me è molto molto sottile le pubblicano un libro sul come ti porto le mutande.

Ecco comprare un libro in una libreria dove subito all'ingresso avevan questo libro, mi ha dato un un po' fastidio. Se fosse per me, dovrebbero fare due tipi di librerie: quelle dove vendon i libri veri e quelle dove vendon le stronzate, così almeno non si ferisce chi invece, ancora un po', crede nella letteratura e nella lettura e nella scrittura e nel miracolo delle parole.

Ora, mi son detta, in questa libreria non ci vengo più, perché non voglio collaborare io al dar profitto a chi vende i libri della marini, ma poi mi sono accorta che da quando hanno aperto 'sta libreria gigantesca della figlia di berlusconi, han chiuso tutte le librerie d'intorno e l'unica alternativa, per comprare libri, era la mondadori.
Ed anche alla mondadori io non ci posso andare, perché anche quella è di berlusconi e lì, invece che la marini, c'han fabio volo, che sarà pure simpatico, ma sarebbe meglio che continuasse a fare il giullare e lasciasse stare la penna. O se proprio proprio, insistesse con il fatto che vuole la penna, prendesse quella di qualche pennuto e si mettesse a giocare agli indiani -con le penne in teste- o fare i cuscini ed i piumoni -con le penne dell'anatra.

Insomma, era tanto che lo guardavo 'sto libro di Paolo Nori, ma aspettavo uscisse in edizione economica, che son quelle lotte che faccio: lotte di attesa, lotte al centesimo.
Ma son quelle lotte per sfinimento, che talvolta vince lo sfinimento editoriale ed io mi compro il libro in edizione non economica e collaboro rabbiosamente al profitto della libreria che vende la marini.

Insomma lo compro 'sto libro e stanotte c'ho fatto le due per leggerlo, che è un vero spasso. Paolo Nori l'ho visto anche a una conferenza dove parlava dei suoi libri e gli ho fatto anche una foto.

Elenco dei suoi romanzi, e di quelli che mi mancano:

1999 - Bassotuba non c'è - celo
1999 - Le cose non sono cose - celo
2000 - Spinoza - celo
2001 - Grandi ustionati - celo
2001 - Diavolo - celo
2002 - Si chiama Francesca, questo romanzo - celo in duplice copia
2003 - Duke & Co - manca
2003 - Storia della Russia e dell'Italia - manca
2003 - Gli scarti - manca
2004 - Pancetta - manca
2004 - Learco. In un ora, nove romanzi in musica con Learco Ferrari, in un'ora - manca
2005 - Ente nazionale della cinematografia popolare - manca
2006 - I quattro cani di Pavlov - manca
2006 - Noi la farem vendetta - manca
2007 - Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo. Su Calatrava, su Checov, sulle scimmie, sulla canzone popolare - manca
2007 - La vergogna delle scarpe nuove - manca
2008 - Siam poi gente delicata. Bologna Parma, novanta chilometri - manca
2008 - Mi compro una Gilera - celo

Insomma son rimasta un po' indietro, che poi sono anche noiosa, ché un autore quando mi piace, io devo leggere tutto, e per di più ho questa strana pretesa di leggere i libri in ordine cronologico, così, penso, posso vedere anche la maturazione della sua scrittura e l'evoluzione del suo stile.

Che la scrittura è un'arte e subisce grandi cambiamenti nel tempo, e lascia un'idea del mondo e dell'uomo che è una cosa formidabile.

Ora Paolo Nori mi piace perché scrive come parla. Lo dice anche in un libro, che il computer, evidentemente lui scrive a computer, quando scrive un libro gli dà sempre quasi tutto sottolineato in rosso per gli errori.
Ma questo suo scrivere come parla, diventa quasi una cantilena, armoniosissima e bellissima, e musicalissima, che leggere e scrivere è quasi un po' come produrre musica, quando senti che le parole scivolano via al ritmo del mondo e non ti puoi interrompere mai di leggere, che sarebbe come stoppare una canzone sul più bello.
E lui è così, ti trascina nelle sue storie con questa musica del parlato e se ne sbatte della grammatica e forse c'ha ragione, che tanto si capisce lo stesso, anzi meglio, che fa un po' ridere e po' commuovere, ma è vero, ed è questo che conta alla fine, essere vero.

Come in un flusso di coscienza continuo. Che i pensieri di un uomo mica hanno forma mediata dalle regole linguistiche, i pensieri vanno e son liberi e non li devi controllare e la sua scrittura così rappresenta la libertà dell'essere i propri pensieri, che son tanto belli...

E che non capisco -cioè lo capisco, ma non voglio accettare- perché questa società faccia questa lotta furiosa contro la libertà anche del pensiero e ci allevi fin da piccini a rinnegare i nostri pensieri, ché ci insegnano che ci son pensieri e pensieri e i pensieri vanno educati, ché alcuni son giusti ed altri no.

Ed io non son mica d'accordo con questo.
I pensieri sono. Punto.

E questi suoi pensieri mi fanno venire una gran voglia di pensare anche a me e di scrivere e di leggere e non è mica da poco per un libro, far venire voglia di pensare senza tante proibizioni e accademismi e di scrivere, senza tanti dubbi sulla forma, e di leggere ancora.

Anche se ho notato che dai primi all'ultimo romanzo, la sua forma è diventata un po', ma leggermente, artificiosa. Che è un rischio in cui incorrono tanti scrittori, che smettono di scrivere per scrivere, ma scrivono per vendere e allora lì si sputtanano.

Dice sia l'editoria che ti obbliga a scrivere un po' di romanzi nei tempi stabiliti dal contratto, che ti prendon per la gola, quelli sciacalli lì, e allora uno lascia stare la scrittura ed entra nel meccanismo del mercato che è una fregatura.

Nel suo stile, scritto direttamente ispirato a lui.
Che mi pare sia anche dimagrito, che nella foto che gli ho fatto io era più tondo ed in quella che ho trovato ora mi sembra più smagrito.

martedì 15 luglio 2008

Moka di Luciano Folgore

Oggi ho imparato a memoria una delle poesie che -in questo periodo- mi sembra una delle più belle che io abbia mai letto .

Credo che le poesie -per apprezzarle veramente- vadano imparate a memoria.

Per memorizzarle infatti, devi sentirle, capirle con il corpo, viverle con tutto il mondo interiore.

Moka

Nero, più nero, troppo nero.
Moka.
Il sonno ruzzola giù dalle scale
della stanchezza.
Una voglia pazza d'intorno
ai nervi
gira, gira, gira.
Il desiderio -ginnasta incomparabile-
a salti mortali nel cervello.
Le idee: mazzi di fiori
grandi, grandi,
senza gambo,
pigiati nel vaso del cranio.
Gli occhi smisurati in ridda,
dietro profili di cose strane.
Benessere.
Strappo acuto.
Forse vertigine.
Subitaneo smarrimento.
Ripresa al galoppo, per ogni fibra
dei turbini del caldo eccitante.
Infine massaggio di mani
di negre bruttissime
su tutta la pelle,
ilarità del passaggio leggero
di una mammella floscia lungo la schiena.
Moka.
Nero nero.

mercoledì 2 luglio 2008

Ditemi voi se questo essere miserevole che lavora nel fango, non conosce pace, si scanna per un pezzo di pane, muore per un sì o per un no, che non ha più nessun potere sulla sua vita, ditemi voi se può ancora chiamarsi uomo.

Ditemelo voi, che vivete al caldo, belli comodi, nelle vostre belle case, dove nessuno viene a minacciarvi, circondati dall'affetto dei vostri cari e dalle cure dei vostri amici, ditemelo voi se questo vi sembra ancora un uomo!

Guardate questa donna, senza capelli e senza più un nome, senza nemmeno la forza nè la volontà di ricordare chi è o chi era, con gli occhi vitrei, opachi, che vedono senza vedere, col grembo freddo "come una rana d'inverno" perchè più nessun bambino lo riempirà.
Ditemelo voi se questa è una donna!

No. Noi non siamo più uomini, ma voi avete il dovere di ricordare quello che ci è stato fatto.
Scolpitelo nel vostro cuore e non dimenticatelo mai, mai, in nessun momento della vostra giornata perchè, se a noi è toccato soffrire, a voi tocca ricordare!

Ma se dimenticherete, che la maledizione di Dio vi colpisca, terribile e inesorabile, che tutto quello che amate venga distrutto e che perfino i vostri figli si rifiutino di gurdarvi, perchè voi avrete tradito il dovere sacro di ricordare che questo E' STATO!

volantino, “Perché lottiamo” – 1976

Perché?

– Perché intervenire in un quartiere occupando una casa con appartamenti vuoti da anni?

– Perché opporsi alla speculazione edilizia?

– Perché creare un centro sociale dove tutti si possano incontrare e discutere di vari problemi liberamente?

– Perché rifiutare una società che di fatto elimina i rapporti fra gli individui e gli crea delle città che sono alveari?

... per una società senza servi e senza padroni.